“DigitAbili”: Intervista all’autore

 “DigitAbili”

 L'innovazione tecnologica come opportunità per superare l'handicap

Conosciamo da vicino Luca Spaziani, trentenne residente a Verona da una decina d’anni, di cui è appena uscito un libro dal titolo evocativo, “DigitAbili - L'innovazione tecnologica come opportunità per superare l'handicap”, edito da FrancoAngeli. 

Non vedente dalla nascita per un glaucoma congenito bilaterale, l’autore del libro, che ci porterà a capire l’importanza del binomio “disabilità-tecnologia”, è laureato in giornalismo e ha conseguito una specializzazione in attività di ufficio stampa e comunicazione istituzionale, assecondando il suo grande interesse per l’attualità, in particolare riferita all’economia, alla finanza, alla politica e allo sport. Sposato da due anni, attualmente lavora presso una compagnia assicurativa e, nel tempo libero, ama dedicarsi alle sue altre passioni: la musica e il nuoto.

Luca Spaziani, autore di Digitabili

Luca Spaziani, innanzitutto complimenti per la pubblicazione e grazie per la disponibilità a parlarci del lavoro appena pubblicato. Com’è maturata l’idea di questo libro?

«L’idea del libro è nata in parte da una mia volontà e in parte per caso, perché sentivo il desiderio di offrire un contributo alla conoscenza nel campo di ciò che le tecnologie permettono di fare alle persone con disabilità. È questo, infatti, un argomento di cui  si sa molto poco, e il fatto che se ne sappia poco porta a considerare i disabili in modo diverso rispetto alla realtà che questi (soprattutto i più informatizzati, c.d “digital”) vivono tutti i giorni. La mia idea era un po’ quella di descrivere le opportunità che strumenti specifici e tecnologie che tutti noi utilizziamo quotidianamente offrono alle persone con un problema fisico o psichico. 

La possibilità di scrivere un libro ha preso forma, però, in modo casuale, solamente un anno fa, dallo scambio di pensieri sull’argomento con un giornalista di mia conoscenza che mi ha chiesto di iniziare a scriverne i contenuti. È iniziato così questo lavoro che ha portato alla pubblicazione del volume». 

Un libro scritto e curato in prima persona da un non vedente è già di per sé un chiaro esempio delle grandi possibilità di impiego offerte oggi, a chiunque, dalla rivoluzione digitale. Nel caso specifico, di quali tecnologie ti sei avvalso per la scrittura e la revisione del testo?

«Sì, in effetti aver scritto questo libro è già in sé e per sé la prova evidente di quello che le tecnologie permettono di fare. In questo caso specifico, alle persone con disabilità visiva e riguardo alla scrittura, che resta un ambito privilegiato di occasione di lavoro e di specializzazione. Attualmente le tecnologie disponibili permettono di svolgere in modo pienamente autonomo tutte quelle attività che hanno come punto centrale la scrittura.

Dal punto di vista pratico, per scrivere il libro mi sono avvalso fondamentalmente di tre strumenti: un personal computer, un display braille (strumento da collegare al personal computer che traduce nell’alfabeto braille quanto appare sullo schermo) e uno screen reader, che è invece un software installato sul pc che gli permette di dialogare proprio con il display braille. Questo software è dotato anche di una sintesi vocale, un supporto utilizzato da molti, ma non da me, perché io ho imparato il braille quando ero ancora molto piccolo e utilizzo questo sistema di interazione con il pc». 

Anziano ipovedente con Tablet

Puoi fare qualche altro esempio di innovazione tecnologica in grado di diminuire il divario finora esistente tra le persone con una disabilità e quelle normodotate?

«Gli esempi sarebbero moltissimi, ma tra le tecnologie che avvicinano i disabili ai normodotati metterei sicuramente al primo posto lo smartphone: uno strumento che usano tutti e che, con alcuni piccoli accorgimenti (peraltro già previsti nell’iPhone), può essere accessibile anche alle persone con una disabilità. Per queste persone esso ha un valore ancora più grande di quello che ha per i normodotati. 

Ci sono poi tutti quei supporti assistivi, quindi specifici, che consentono di fare le stesse cose che fanno i normodotati, ma con il supporto digitale. Basti pensare ai programmi di  comunicazione simbolica e ai sensori che permettono a persone con grosse difficoltà comunicative, problemi nel linguaggio o difficoltà motorie, di interagire con un pc o uno smartphone utilizzando, per esempio, il battito delle palpebre, il soffio, i movimenti del capo o quelli ridotti di una mano o, addirittura, del piede. Questi sensori si stanno sviluppando molto con dei vantaggi notevoli in termini di autonomia, perché permettono di comunicare sempre di più anche all’interno della propria abitazione, per esempio. 

Relativamente alla possibilità di avvicinare i disabili ai normodotati, pensiamo a cosa vuol dire per una persona magari paralizzata dalle spalle in giù, per esempio, poter scrivere una mail, grazie a dei sensori, a una persona dall’altra parte del mondo assolutamente normodotata e all’oscuro della condizione del mittente. Pensiamo a cosa può voler dire per me che uso il braille poter scrivere un testo e mandarlo a un mio collega che ignora questo linguaggio e deve semplicemente leggere lo scritto in un linguaggio normale. Proprio in questo sta la forza della tecnologia: nella possibilità di abbattere le barriere, cioè poter utilizzare gli stessi strumenti e, soprattutto, gli stessi linguaggi, che è la cosa più importante, poi, per capirsi».

Quanto è importante il concetto di “autonomia” in riferimento alle persone disabili?

«L’autonomia è fondamentale, e possiamo definirla come una serie di molte componenti la cui presenza va a determinarne il gradoPiù che un concetto astratto, per me l’autonomia è la somma di tanti aspetti della propria vita (capacità di relazionarmi con gli altri, acquisizione di una certa posizione lavorativa, indipendenza nella gestione della mia abitazione, negli spostamenti, …) nei quali entra sicuramente la tecnologia nel suo ruolo fondamentale di aiuto nel cogliere delle opportunità. La chiave sta nell’unire quest’ultime alle proprie risorse, alla volontà, al desiderio personale di raggiungere determinati obiettivi. La tecnologia ha, quindi, un ruolo di “facilitatore” dell’autonomia, ma non si sostituisce mai alla persona; anzi, proprio perché le permette di fare molte cose, è la persona che deve sentirsi più motivata a cogliere tali opportunità».

Gli ausili tecnologici migliorano la vita del disabile, gli consentono di esprimere e far conoscere al mondo il suo potenziale psichico e intellettivo, vale a dire la sua persona, aumentandone l’autostima. Pensi che questo possa modificare positivamente la concezione della disabilità nel suo complesso da parte della società? 

«Il contributo che le tecnologie possono offrire ai disabili, permettendo loro di esprimersi, dovrebbe sicuramente migliorare anche la concezione della disabilità da parte della società, ma ciò può avvenire ad una condizione - ed è per questo che io, nel mio piccolo, ho scritto questo libro - e, cioè, che queste cose si sappiano. Purtroppo nella percezione collettiva il binomio “disabilità-tecnologia” non è ancora affermato: quando una persona comune, che magari non ha avuto occasione di incontrare persone con handicap, pensa alla disabilità, non l’associa alla tecnologia, a meno che non sia indotta ad approfondire, a documentarsi, a guardarsi intorno. Ancora non esiste la percezione di quanto la tecnologia possa modificare in positivo una condizione di disabilità, consentendo al portatore di handicap di dare il suo contributo, di esprimere il proprio valore sia dal punto di vista pratico che dal punto di vista morale, umano. 

Il binomio “disabilità-tecnologia” non c’è non solo per mancanza di conoscenza, ma perché la tecnologia stessa in generale non è percepita come un fattore di cambiamento rilevante nelle nostre vite. Tutti la usiamo, molti solo per cose futili, ma il digitale viene considerato soltanto come un modo diverso di fare le stesse cose che si fanno con l’analogico, mentre è un modo di fare anche cose diverse e più cose. Mancando questa percezione della tecnologia, almeno nella società italiana, essa non viene nemmeno associata alla disabilità. Piano piano spero ci si arriverà. Il mio libro vuole essere proprio un piccolo contributo in questo senso».

Chi sono, quindi, i principali destinatari di questo libro? 

«Ho parlato prima della percezione della tecnologia come fattore abilitante per i disabili. Ebbene, a me piacerebbe che questo libro venisse letto prima di tutto dalle persone che si trovano a lavorare a stretto contatto con i disabili, perché sono le prime che devono fare propria questa percezione. Quindi, gli operatori della scuola, gli educatori e gli assistenti, gli assistenti sociali, i medici, e tutti coloro che ruotano attorno alla disabilità. Poi, i datori di lavoro, un’altra categoria molto importante che deve far propria questa percezione, perché per dare un’opportunità lavorativa ad una persona disabile bisogna conoscere, sì, le sue potenzialità ma anche come la tecnologia può agevolarla nell’esprimere questa potenzialità. Il rischio è che chi deve assumere resti ancorato a un’idea di disabilità che non corrisponde più a quella attuale e finisca per privarsi lui stesso di persone dotate di notevoli capacità. 

Il libro è pensato anche per le persone che rivestono un ruolo pubblico: i decisori politici, gli amministratori, i tecnici che si trovano a lavorare per le Pubblica Amministrazione, perché sapere, conoscere il contributo che la tecnologia può offrire alle persone disabili può aiutarli a progettare un’infrastruttura, un servizio, tenendo conto di questo. A Trento, per esempio, è stato installato su ogni fermata dell’autobus un dispositivo bluetooth che si connette in automatico con lo smarthphone e ti dice tra quanto arriverà il prossimo autobus, dove potrai andare a partire da quella fermata, … Ma questo si può realizzare soltanto se si ha consapevolezza di quello che un disabile può fare con lo smartphone. In caso contrario, se manca questa conoscenza, che è la premessa, è difficile arrivare a progettare una cosa del genere.

Un altro gruppo corposo, destinatario del mio libro, comprende i gestori di servizi commerciali privati. Sarebbe bene che anche questi avessero una corretta percezione di quello che i disabili possono fare, in modo da offrire loro un servizio coerente con l’esperienza di accesso del disabile. Mi spiego con un esempio: io, disabile, posso anche non avere alcuna difficoltà a prenotare un hotel tramite diverse applicazioni dal cellulare, a confrontare i prezzi ed organizzarmi per raggiungere l’albergo, ma se, una volta arrivato a destinazione, l’hotel non ha pensato a me, mi è di fatto impedito l’accesso all’esperienza finale costituita dalla vacanza». 

Quali sono, ancora oggi, i maggiori ostacoli all’accesso alle nuove tecnologie informatiche da parte delle persone disabili?

«Purtroppo gli ostacoli sono molteplici, e nel libro ne elenco alcuni. I più intuitivi sono quelli burocratici, legati alle richieste per avere gli ausili, al Nomenclatore aggiornato al 1999 … un’era geologica fa, dal punto di vista tecnologico! In realtà vi sono molti ostacoli meno visibili, primi fra tutti legati all’accettazione del proprio handicap, che è una condizione fondamentale e necessaria per poter iniziare a usare la tecnologia. Molto spesso c’è un problema di alfabetizzazione informatica, di mancanza di cultura, ma anche di una volontà di imparare che permetterebbe un uso corretto della tecnologia. Altre difficoltà possono derivare dal contesto che ci circonda, quindi dalle persone che, specialmente nel caso dei bambini, devono essere sensibili e capaci di intuire i vantaggi che può portare la tecnologia. 

Vi sono poi ostacoli infrastrutturali: se una persona abita in una zona in cui non arriva una buona connessione internet, resta esclusa dalla possibilità di usufruire dei vantaggi della tecnologia. I prezzi degli ausili possono rappresentare un ostacolo per alcuni ma, di fatto, oggi molti dispositivi (sintesi vocale, …) si trovano già incorporati nel telefono. Attenzione, quindi, a non rimanere fissati sul dito senza guardare la luna! 

Voglio ricordare ancora una volta, infine, gli ostacoli culturali di cui parlavo prima, che derivano dalla percezione della tecnologia stessa: se io non le do il giusto valore in generale, tantomeno posso darglielo se riferita alla disabilità. Secondo me questo è un tasto importante».

Quali sviluppi tecnologici prevedi per il futuro? 

«Gli sviluppi tecnologici che intravedo sono molti e diversi, e ne riporto esempi nel mio libro. 

Alcuni sono ancora molto sulla carta, nei laboratori di ricerca. Altri, invece, sono già più visibili, magari non ancora proprio di massa, però già presenti sul mercato. L’impatto della tecnologia sui disabili non è ancora giunto al culmine: negli ultimi 20-25 anni sono stati fatti passi enormi, però altrettanti passi in avanti saranno compiuti nel prossimo futuro.

Basti pensare alla stampa 3D, qualcosa che sembra c’entrare poco con la disabilità, ma che consente, invece, l’esplorazione a una persona cieca di un oggetto che non potrà mai vedere (un edificio in miniatura, per esempio). Sempre la stampa 3D può servire per produrre su misura degli ausili per persone con difficoltà motorie ed esigenze individuali (posate e altri oggetti di uso quotidiano stampati, creati in un certo modo per essere ergonomici, …).

Poi c’è il discorso che riguarda la “realtà aumentata”, cioè la possibilità di avere dei dispositivi pensati per darci informazioni su quello che abbiamo intorno, che va oltre quello che vediamo. Un trend tecnologico che vada in questa direzione è sicuramente molto interessante, pieno di sviluppi eccezionali soprattutto per i non vedenti, i quali hanno bisogno proprio di questo, di avere informazioni aggiuntive su quello che li circonda. 

La “realtà virtuale” è, invece, un’altra cosa: è la riproduzione di situazioni reali in un contesto virtuale, appunto, e questo è molto utile, per esempio, nel campo della riabilitazione delle disabilità cognitive, perché dà la possibilità di far provare ai bambini – ma anche a persone adulte – le emozioni legate a situazioni che purtroppo non riusciranno mai a vivere. Questa esperienza li può aiutare a coordinare meglio il proprio corpo, a capire come muoversi all’interno dello spazio, in modo simulato e in totale sicurezza.

Andando un po’ nel campo dei sogni – anche miei – benché ci siano di fatto già degli esperimenti in giro, una possibilità potrebbe essere quella dell’auto a guida autonoma. Purtroppo uno dei settori in cui la tecnologia non ha ancora espresso il suo massimo potenziale per la disabilità è quello della mobilità, che resta ancora problematica per molte tipologie di handicap, sia sensoriali che motorie. L’auto a guida autonoma potrebbe permettere anche ai disabili di andare autonomamente da un posto all’altro. E anche se, poi, una volta arrivati a destinazione, resterebbe il problema di sapere come muoversi, si può facilmente intuire quale potrebbe essere l’impatto di poter avere un veicolo gestibile in piena autonomia».

Continuiamo a muoverci nel campo dei sogni che possono diventare realtà. Quali sono le tue speranze?

«Le mie speranze sono fondamentalmente due e si legano un po’ alle domande e alle risposte precedenti. La prima è che si affermi il binomio “disabilità-tecnologia”, che davvero entri nella coscienza collettiva la consapevolezza che non si può parlare di disabilità senza parlare di tecnologia, perché sono due elementi che vanno di pari passo e devono andare di pari passo. Non ci si può focalizzare sul problema senza pensare e guardare alle soluzioni che sono disponibili già oggi. Molto spesso invece ci si focalizza solo sul problema “disabilità”.

L’altra speranza è che un numero sempre maggiore di disabili possa beneficiare di tutto questo, perché, purtroppo, per i motivi cui abbiamo accennato prima, oggi ancora non è così.

Il mio auspicio è che quel binomio fondamentale sul quale mi sono soffermato più volte non rimanga solo sulla carta, perché se solo una minima parte di disabili riesce effettivamente a far fruttare i benefici offerti dalla tecnologia, la società, che guarda da fuori, continuerà a dire: “questo legame disabilità-tecnologia è soltanto teorico”. Se, invece, davvero tutti o comunque molti disabili riescono a portare concretamente nella loro vita questo rapporto, ne beneficeremo tutti e, come viene ribadito nella prefazione del mio libro. vedremo cambiare la percezione e, di conseguenza, i connotati sia della disabilità che dell’inclusione ».

Intervista realizzata da Paola Toldo

 

 

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